Il teatrino delle letture
Ci stavo pensando qualche giorno fa: provo, talvolta, la sensazione della difficoltà di fare di più, di andar oltre ciò che so fare, di non ripetere schemi e modelli già maturati nel tempo, per cogliere, con le letture, il senso di un’opera letteraria. Non è stanchezza o esaurimento delle risorse, credo. E’ che quando pensi di aver maturato l’esperienza e gli strumenti per poter avanzare spedito attraverso la foresta delle narrazioni, seguendo le tracce di un libro che non ti sembra più impervio di altri già affrontati, allora incontri un ostacolo muto e tenace, di cui non conosci né il nome né la natura. Resti fuori, estraneo al testo. In quel momento non puoi fare diversamente: ti siedi accanto, inizi ad osservare le carte, tracci sul foglio un primo schizzo, poi osservi le radici, accarezzi la pagina, tasti le parole, vedi dove le spinge il vento della scrittura. Allora, ricominci da capo, non c’è niente da fare, è una disperazione ed una fortuna: hai l’occasione di impiegar il tuo tempo con profitto, puoi fare come quegli animali che mutano pelle e ricominciano una nuova vita. Riparti senza niente. Così, nelle letture, nasci e muori tante volte che alla fine capisci, anche se non vuoi, che questa è la vita nei romanzi, e che sei davvero morto solo quando non accetti di morire. Spossessato di tutto, devi solo ricominciare, azzerando le certezze acquisite.
Senza alcun nesso apparente, nella memoria si muovono alcuni ingranaggi imprevisti, che fanno scorrere le immagini indietro negli anni e ti fanno precipitare in un anfratto del passato dove non avresti mai creduto di poterti trovare. Hai i pantaloni corti e le bretelle incrociate, c’è intorno odore del legno dei trucioli di una matita e di un quaderno dalla copertina nera sgualcita. Accanto, pezzi di un meccano, quadrati di ferro, smaltati a fuoco in rosso e giallo scrostati.
Poi, sì, eccolo lì, accanto a te, il tuo teatrino, con il boccascena dipinto e il sipario di tessuto a grana grossa. Le marionette, nei loro abiti sgargianti ti guardano dal basso, adagiate sul tavolo, in attesa che le tue mani le animino. La storia, quella che tu farai recitar loro tra poco, quella che ancora tu stesso non conosci, è - lo sai - tutta iscritta nei loro volti, nei loro abiti e nello scenario dipinto sul fondale (la casa, il ponte, il giardino col pozzo). Non sei tu che hai dipinto lo sfondo per le azioni, non sei tu che hai scolpito le teste e cuciti gli abiti, ma una tela per paesaggio e delle marionette di pezza, costruite con poca spesa e tanto ingegno, portano con loro tante vicende, un numero che neanche tu potresti immaginare e che, invece, accadranno appena le tue mani daranno loro l’illusione della vita in una storia. Lo sconosciuto artigiano che ha costruito il teatrino e i suoi personaggi, ti ha offerto la materia essenziale, ciò che ti occorre per immaginare avventure uniche e inesauribili, quelle che solo tu puoi generare prestando la tua anima e le tue parole a povere cose fatte con silenziosa bravura.
Questo teatro appartiene a entrambi, a chi l’ha fabbricato e a te che ne detti il movimento, e che ne diventi l’autore successivo, quello di un determinato momento, cui ne seguiranno tanti altri, quante saranno le volte in cui aprirai il sipario delle carte.
Così accade, dunque, per la lettura di un romanzo: la nuova creazione – quella che ti tocca di mettere in scena con la creazione di un altro, quell’autore che è lì e non è lì, che ti lascia operare, e che ti guarda con sospetto e con affetto - ti offre una libertà che neppure immaginavi potesse esser così grande e che ti rendesse la vita così desiderabile. Dal teatrino delle marionette a quello delle letture, tutto sommato, non hai fatto tutta la strada che immaginavi. Sei rimasto lì, o quasi.
Matteo Majorano
|